I valori in un mondo al contrario

I valori non sono obiettivi utopistici e irraggiungibili, ma l’humus, il terreno in cui germogliano i nostri figli e, con loro, le nostre società.

Torniamo all’ABC della cultura. Facciamo tutti un mea culpa onesto e sincero, e torniamo a discutere pacificamente anche delle questioni più semplici, quelle che spesso diamo per scontate.

Nell’età del primissimo sviluppo di ogni persona, i valori vengono tratti immediatamente dai dialoghi: ad esempio, da quelli fra la nonna e la mamma; dialoghi che ogni individuo percepisce già attraverso il clima emotivo, fin da quando è nel grembo materno, e poi nei primi mesi e nei primi anni di vita.

Quello è, per ciascuno, il periodo primordiale delle grandi paure e dei grandi istinti, in cui si formano le prime regole interiori. I dialoghi in famiglia, e non solo, quando sono accompagnati da ansia o da distensione da parte delle persone coinvolte, vengono vissuti dai bambini come grandi paure o grandi gioie. In quel momento, per loro, quello è tutto il mondo: tutto ciò che è comprensibile.

Genitori che discutono con ansia per aver fatto qualcosa che non andava fatto, o che parlano con gioia di un successo raggiunto, rappresentano, per il figlio in primissima età, i confini terribili, ancestrali e spaventosi del suo universo. In questo modo ciascuno costruisce i propri limiti, i propri demoni, le proprie certezze e le proprie regole di vita.

È difficile pensare che la legge universale «fai all’altro ciò che vorresti fosse fatto a te, e non fare all’altro ciò che non vorresti fosse fatto a te» basti, da sola, all’individuo a tracciare i propri limiti: occorrerebbe che tutti nascessimo già santi e sapienti.

L’Europa ha vissuto grandi rivoluzioni e profondi cambiamenti, che si sono incarnati nei valori della nostra società.

Siamo passati dalle crociate all’Inquisizione; abbiamo vissuto la rivoluzione industriale, le guerre, il benessere; abbiamo appreso il rispetto e l’emancipazione della donna, il diritto di voto e le libertà. Tutti questi passaggi si sono sedimentati nella nostra memoria collettiva e familiare, attraverso quel clima emotivo di ansia, frustrazione o gioia che ciascuno vive nella primissima infanzia. Da piccole donne e piccoli uomini, abbiamo incarnato queste emozioni, amplificandole con la paura propria di esseri minuscoli e fragili di fronte al peso della vita che inizia.

C’è un valore, molto mitteleuropeo, che ha insegnato questo: esiste il mio spazio ed esiste lo spazio degli altri; già invadere lo spazio altrui è sbagliato e genera, nella mamma, nel papà, nei nonni, ecc., quello stato d’ansia vissuto dal bambino come grande paura e come limite inviolabile.

È forse questo il massimo successo dei valori europei, la massima realizzazione del principio universale: «fai all’altro ciò che vorresti fosse fatto a te, e non fare all’altro ciò che non vorresti fosse fatto a te».

Non dappertutto è così. Non voglio farne una questione politica, né una questione di popoli, appartenenze o superiorità culturali. Esistono molte zone anche in Europa, e molti gruppi e sottogruppi familiari, in cui questo valore non si è incarnato, o non si è ancora incarnato, con la stessa forza.

Ci sono stati tempi e luoghi in cui l’ansia e la gioia, creatrici dei limiti interiori, erano legate alla paura dell’inferno e alla speranza del paradiso, intesi come confini del nostro agire. Poi sono arrivate le punizioni corporali, le sanzioni, le conseguenze sociali, ecc.

Ci sono contesti, anche non lontani da noi, in cui l’ansia e la paura trasmesse sono quelle della punizione: «La mamma prova ansia solo quando sente dolore; e, nell’ansia della mamma, il mio mondo scompare. Forse, fino a quando non si prova dolore, tutto si può fare». È un ragionamento primordiale, banalissimo, ma capace di creare un valore.

Oppure: «La mamma prova ansia solo quando la scoprono; forse, se non mi scoprono, posso fare ogni cosa». Possibile che, crescendo, si rimanga così ingenui? No. Però, intanto, abbiamo creato valori.

Ecco allora che, nella società, si calibra la risposta alla violazione: dal rimprovero alla sanzione, dalla disapprovazione morale alla conseguenza giuridica. In base ai valori acquisiti, può bastare un rimprovero a farci sentire sbagliati; oppure si deve applicare una sanzione amministrativa, che risveglia la grande paura della povertà e dell’indigenza, paure che hanno segnato l’ansia del primo dopoguerra.

E se non abbiamo valori? Forse si dovrebbe tornare al dolore come grande paura, oppure al terrore dell’inferno. Non credo. Però si deve assolutamente tornare a lavorare sui valori: ossia sui limiti morali che, giustamente, creano ansia e disagio nella famiglia quando vengono violati, e che vengono poi incarnati nei confini della coscienza delle nuove generazioni.

Ing. Carlo Tenca
carlo@tenca.com